Gli uomini che accusano Vince McMahon, Linda McMahon, la WWE e TKO di negligenza per i presunti abusi subiti da adolescenti, quando lavoravano come “Ring Boys” tra gli anni ’80 e l’inizio dei ’90, potranno mantenere lo pseudonimo “John Doe” in tribunale.
Secondo quanto riportato da POST Wrestling, il giudice federale James K. Bredar ha respinto la richiesta di Vince McMahon e Linda McMahon di obbligare i querelanti a rivelare la propria identità. WWE e TKO non si sono opposte alla richiesta di anonimato.
La sentenza stabilisce che le identità resteranno note solo agli imputati e ai legali durante la fase di discovery e le deposizioni, ma non saranno rese pubbliche. Il giudice potrà riesaminare la questione prima dell’eventuale processo.
La causa riguarda accuse di abusi commessi dall’ex ring announcer WWF Mel Phillips sui ragazzi reclutati per il montaggio dei ring. Uno dei querelanti cita anche l’ex dirigente WWF Pat Patterson. Entrambi i soggetti sono deceduti.
I querelanti sostengono che Vince McMahon, Linda McMahon, la WWE e TKO fossero a conoscenza, o avrebbero dovuto esserlo, dei rischi per i ragazzi. Il giudice Bredar ha giustificato la decisione sottolineando la natura delicata delle accuse.
“L’oggetto di questo caso — accuse di abusi sessuali su minori — è particolarmente sensibile e personale, ben oltre altre tipologie di accuse di violenza sessuale”.
Il magistrato ha accolto le tesi dei legali dei querelanti, convinto che la divulgazione pubblica dei nomi rischierebbe di causare ulteriori traumi.
“Esiste un rischio significativo di ri-traumatizzazione per i querelanti, qualora fossero costretti a rivelare le proprie identità rendendole permanentemente rintracciabili online”.
I legali di Vince McMahon avevano sostenuto che l’anonimato penalizzasse la difesa, rendendo più complesso individuare testimoni a favore a causa del clamore mediatico, ma il giudice ha stabilito che la protezione dei querelanti resta prioritaria.
Bredar ha inoltre respinto la richiesta di limitare la libertà di parola degli avvocati in merito al caso, avvertendo però che chiunque rivelerà informazioni atte alla propria identificazione perderà il diritto all’anonimato. Il procedimento prosegue nella fase di discovery dopo che, lo scorso anno, sette delle otto accuse originali hanno superato le mozioni di archiviazione.
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