Stevie Richards: “Le clausole di non-concorrenza della WWE dovrebbero essere illegali”

Secondo Stevie Richards, le clausole di non-concorrenza di 90 giorni della WWE non hanno bisogno di correzioni: dovrebbero essere dichiarate illegali.

Durante il suo The Stevie Richards Show, Richards ha criticato la struttura dei contratti nel mondo del wrestling, sostenendo che gli atleti vengano trattati come dipendenti sotto ogni punto di vista rilevante. Ai wrestler viene detto quando presentarsi, quando lavorare, come vestirsi e, sempre più spesso, come debbano svolgersi i loro match, pur venendo privati delle tutele previste dallo status di dipendente.

“Non sono independent contractor. Diciamo le cose come stanno. Tutti hanno paura di ammettere che, su 19 parametri, forse solo due o tre corrispondono, e nemmeno del tutto. È un rapporto sbilanciato, magari un 70/30, ma per il resto sono dipendenti.”

Richards ha spiegato che l'elemento più rivelatore è l'impossibilità per i wrestler di offrire le proprie prestazioni altrove, a differenza di un vero independent contractor. Un imbianchino può terminare un lavoro e accettarne un altro pochi giorni dopo; un wrestler sotto contratto, invece, non può apparire per una federazione rivale solo perché il rapporto con la prima azienda è terminato.

“Ti dicono quando presentarti. Ti dicono quando lavorare. Ti dicono come vestirti. Ti dicono esattamente come deve andare il match, molto più di prima, giusto? Non solo il finale. Ti dicono quando lavorare. Non puoi prenderti giorni liberi. E di certo, di certo non puoi cambiare aria. Seguendo l'analogia che tutti usano: ‘Ok, ho dipinto casa tua lunedì. Adesso vado a dipingere quella della AEW mercoledì’. No, non sei un independent contractor. Non puoi farlo.”

Il discorso si è spostato su quello che Richards detesta maggiormente: le clausole di non-concorrenza legate ai licenziamenti. Secondo lui, una volta che una compagnia decide di licenziare qualcuno, non dovrebbe avere il potere di controllare dove la persona lavori in seguito, a prescindere dal fatto che l'atleta continui a percepire lo stipendio per i successivi 90 giorni.

“Tra l'altro, le clausole di non-concorrenza dovrebbero essere illegali. Nel momento in cui vieni licenziato, quel discorso del ‘ti paghiamo per 90 giorni’ è solo un modo per aggirare il problema, tenerti buono e farti stare zitto, ma la verità è un'altra…”

Richards ha poi spiegato perché quel denaro non sia il regalo che le compagnie vogliono far credere. A suo avviso, i 90 giorni di attesa garantiscono alla federazione esattamente ciò che vuole: il tempo necessario affinché l'impatto mediatico dell'addio del wrestler si sgonfi prima che un'altra compagnia possa trarne vantaggio.

Nel momento in cui il wrestler torna libero, lo shock del licenziamento è svanito, l'attenzione dei media è scemata e parte del valore che derivava dall'essere appena usciti dalla WWE è già sparito.

“Svalutati. Quei 90 giorni in cui vieni pagato… quanta energia, tempo e slancio si perdono passando da una compagnia all'altra dopo essere stati licenziati. È un gaslighting totale. Ti dicono ‘Ehi, non preoccuparti, guadagnerai di più’. Allora pagatemi di più, che ne dite?”

Richards non sostiene che i wrestler debbano perdere lo stipendio il giorno stesso in cui vengono licenziati. Il suo punto è che, se la WWE ha già deciso di interrompere il rapporto, non dovrebbe avere il potere di decidere dove l'atleta possa o non possa lavorare in futuro. Per lui, questa è la prova lampante che definire i talenti WWE come “independent contractor” non rispecchia la realtà del modo in cui vengono trattati.

Fonte: Ringside News.

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